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"Io sono ancora grande, è il cinema che è diventato piccolo! (Norma Desmond / Gloria Swanson - Viale Del Tramonto)

Borat


Si è parlato, sulla stampa, di Borat come di un film divertentissimo, irriverente, sovversivo, oltraggioso, antirazzista e politicamente scorrettissimo. Si è detto che semina il panico e lascia il segno ad ogni suo passaggio, che scardina le certezze e le ipocrisie di una cultura carica di pregiudizi. Inoltre la regia è di Larry Charles, che si definisce un filosofo pop ed è uno dei migliori amici di Michael Moore e di Bob Dylan. Insomma sulla carta un film epocale.
Sono arrivato al cinema carico di aspettative e credo proprio che, per questo tipo di film, bisogna evitarlo. Borat è un giornalista kazako che riesce ad ottenere finanziamenti dal suo povero paese per girare un documentario sulla way of life americana, ma non rende un buon servizio al Kazakhstan, e tantomeno agli Usa. Borat mostra questa vecchia fetta di Unione Sovietica come un paese arretrato, misogino, antisemita e con un’economia che si regge sulla prostituzione. Non a caso il governo kazako ha protestato ufficialmente, così come ha ferocemente reagito l’Anti Defamation League per le continue battute antisemite. Dalla Corsa degli Ebrei (in puro stile fiesta dei tori di Pamplona) all’acquisto della pistola adatta ad ammazzare un ebreo, Borat ci va giù pesante. Ma gli ebrei non sono le uniche vittime della filosofia di vita Boratiana.
Le intenzioni di Cohen, l’attore ebreo creatore di Borat, sono quelle di mettere alla berlina i pregiudizi della opulenta società statunitense, e vuole farlo con tecniche finto-documentaristiche e da candid camera per mostrare una società vera, non ricostruita in studio o con attori prezzolati. Ce n’è per tutti: omosessuali (ripresi al Gay Pride e rimorchiati in albergo), cristiani pentecostali (e le loro conventions cariche di patos), donne (viste come puro oggetto di piacere e da zittire quando parlano) e chi più ne ha più ne metta. In effetti ne esce un’America fiera di fare a pezzi fino all’ultimo iracheno (donne e bambini compresi), carica di pregiudizi sui gay e gli ebrei, misogina e violenta, e persino le edificanti famigliole benpensanti da Mulino Bianco, di quelle che invitano a cena il Pastore e la mogliettina, così aperte e disponibili al prossimo, non farebbero mai accomodare a tavola con loro una prostituta di colore.
Se le intenzioni di Cohen erano queste ci è riuscito in pieno. Molto più discutibile semmai è il metodo che adopera per arrivarci. Per narrare questa America Cohen ha pensato di rendersi affidabile ed adatto a tirar fuori il peggio da ognuno, e per riuscirci si è reso culturalmente inferiore. E diventato Borat. Ma Borat è un losco figuro che va a letto con la sorella (per importanza la seconda prostituta del suo paese, con tanto di coppa) e che non resiste alla tentazione di mettere su una volgare accozzaglia di situazioni che al confronto una caserma militare italiana diventa un collegio svizzero.
Borat infatti sembra essere uscito dall’Istituto Di Alto Perfezionamento Alvaro Vitali e ce le propina tutte, al punto che anche gli spettatori con la mente più aperta ad un certo punto cominciano a chiedersi se si sta guardando il film più divertente o il più offensivo della storia del cinema. Certamente le finalità sono diverse, ma per quale motivo mi devo indignare se in un film di Christian De Sica quest’ultimo scorreggia mentre Borat può farsi mettere il sederone nudo di un altro uomo in faccia? Perchè una parolaccia di Boldi è per definizione volgarità e Borat che caga e piscia per strada è sublime iconoclastia? Perchè Renzo Montagnani che sbava guardando la Fenech che fa la doccia è sottocultura e l’amico di Borat che si fa le seghe sulle foto di Pamela Anderson è glamour? Personalmente credo che la stupidità ostentata, al cinema come nella vita reale, non sia mai intelligente, elegante o utile.
Cohen ha detto in un’intervista recente: «Non sono vere le accuse che di certo scatenerà il mio film. Borat non parla affatto male del Paese che gli ha dato orgogliosa nazionalità e il film punta il dito contro la sottocultura pop e kitsch americana. Il film è contro ogni razzismo, conformismo e atteggiamento bigotto. Noi non abbiamo gladiatori o cowboy o samurai, ma leggendari nomadi. Altro che i broker di Wall Street, i fanatici Pentecostali, i leader politici, la vagina di Pamela Anderson, i viticultori improvvisati, i due campioni nudi di wrestling incontrati da Borat nel corso del suo tour. Il mio è un personaggio che piace proprio per la sua innocenza ».
Ma Cohen crede di essere immune da certi vizi? Se lo è, per quale motivo crede di avere il diritto di stigmatizzare i pregiudizi di una nazione se egli stesso, nella sua vita privata da ebreo ortodosso, ha preteso che la sua fidanzata Isla Fisher (l’attrice vista in “Due Single A Nozze”) si convertisse all’ebraismo prima di sposarlo? Qui siamo più dalle parti di un catechistico “Fa quello che dico io ma non quello che faccio io”.
Insomma più che Borat è un banale borazzo.

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