RSS
"Io sono ancora grande, è il cinema che è diventato piccolo! (Norma Desmond / Gloria Swanson - Viale Del Tramonto)
Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post

Avatar

Non ho mai pensato che la tecnologia applicata all'arte fosse un fattore di disumanizzazione, e se c'è un arte che ha bisogno degli artifici scientificamente più avanzati questa è proprio il cinema. Cameron non ha mai nascosto la sua tendenza ad usare il computer come fosse una tavolozza dalla quale tirare fuori i suoi colori per dipingere. Lo stesso Titanic, per quanto ambientato in epoca non sospetta, era densissimo di effetti speciali. Avatar è il film che ci mostra lo stato dell'arte in campo di computer grafica: maestoso, poetico, gigantesco, ambizioso, incantevole, ipercromatico, a tratti convulso. E, grazie al 3D, avviluppante. Cameron riesce a trasportarci in un mondo nuovo con mano felice, con una maestria che neanche Spielberg è mai riuscito ad avere, eppure c'è qualcosa che non gira alla perfezione.


Tanto per cominciare, forse quasi tre ore di proiezione sono troppe per un film da seguire con gli occhialini, dopo un pò, passato l'effetto meraviglia, ci si comincia a stancare.


Aida Degli Alberi è un film d'animazione italiano diretto da Guido Manuli nel 2001. Avatar ha molto in comune con quest'opera, dalla filosofia di fondo all'anatomia dei personaggi. Se non si può parlare di plagio, sicuramente una qualche ispirazione Aida l'ha fornita.


L'idea di fondere fatto storico con una vicenda sentimentale coinvolgente, così da dare all'opera un ampio respiro che la faccia sopravvivere nel tempo, è stata la chiave del successo di Titanic, ma stavolta la vicenda umana (umana?) è troppo esile per non sembrare stucchevole e scontata: resta l'amaro in bocca per tutto quello che avrebbe potuto raccontare e non ha fatto e lascia un senso di incompiutezza drammaturgica.


Il biglietto da visita di Avatar è stato il fattore Attesa: quindici anni di lavorazione e ben 214 milioni di dollari di spese. Non ci si può non chiedere se ne sia valsa la pena. In molto meno tempo, e con molti meno soldi, tanto per fare un paio di esempi, Christopher Nolan ha prodotto la sua intera filmografia, comprensiva dei due capolavori Batman Begins e The Dark Knight, più l'ottimo The Prestige. Allo stesso modo, negli stessi anni, David Fincher ha realizzato sei film, tra i quali i magnifici Se7en, Fight Club e Il Curioso Caso Di Benjamin Button. Entrambi hanno regalato al Cinema innovazione, grandi incassi e, soprattutto, opere di eccelsa fattura. Cameron invece ha fatto Avatar, un ottimo film, certo, ma "solo" un ottimo film. Un pò come pagare una Ferrari e vedersi consegnare una Mercedes.

Insomma Cameron ha consegnato al mondo l'opera ambiziosa, immaginifica e magniloquente che ruminava da decenni, ma troppa attesa può nuocere, creando aspettative spropositate anche per un'artista senza freni quale egli è. Lascia l'impressione che le innovazioni tecniche al servizio delle grandi storie finora siano state sfruttate meglio dalla Pixar (Wall-E e Up da rivedere per credere). Per comprendere appieno il reale valore di Avatar dobbiamo attendere, paradossalmente, che decanti ancora per qualche anno.

Viale Del Tramonto


“E’ Norma Desmond! Era una delle più grandi star del cinema muto.”
”Io sono ancora grande. E’ il cinema che è diventato piccolo.”

Che Billy Wilder sia stato un genio assoluto della cinematografia è argomento ampiamente condiviso. I suoi attenti spettatori semmai battibeccano ancora su quale sia stata la sua opera più compiuta: da A Qualcuno Piace Caldo a La Fiamma Del Peccato, da Sabrina a Testimone D'Accusa la scelta è ampia, e si può spaziare tra la commedia più sofisticata al noir più maledetto. Io punto su Sunset Boulevard, ossia Viale Del Tramonto.
Se mai sono stati realizzati del film perfetti sotto ogni punto di vista, Viale Del Tramonto è uno di questi. A parer mio è il miglior film su Hollywood, girato non a caso da un regista profondamente europeo. Tentarne una recensione è un arbitrio a prescindere dalla profondità che si possa raggiungere: Sunset Blvd è un'opera che può essere analizzata sequenza dopo sequenza ma non può assolutamente essere liquidata con due righe di prammatica. Gli aggettivi si potrebbero sprecare senza sbagliarne uno: sublime ma crudele, immenso ma macabro, geniale ma tetro, ironico ma senza speranza, grandioso ma decadente, magnifico ma inquietante, e così via ad libitum.

La storia senza speranza della grande diva del muto Norma Desmond (interpretata da una mai così grande Gloria Swanson, cesellatrice di uno dei personaggi femminili più terribili ed affascinanti di sempre) diventa subito archetipo cinematografico della grande diva caduta nel dimenticatoio. Sempre nel 1950, forse non a caso, esce un altro caposaldo sul dramma del labile divismo: quel Eva Contro Eva ugualmente celebrato ma meno efficace, forse perchè troppo politically correct, troppo ripulito e patinato per poter competere col cinema viscerale e scevro da ipocrisie di Wilder. E non a caso l'Academy scelse il film con Bette Davis per il pienone di Oscar (stabilendo il record di 14 nomination, uguagliato solo dal Titanic di Cameron), mentre per colmo d'ingiustizia entrambe le dive furono beffate, per il premio come migliore attrice, dalla più rassicurante Judy Holliday di Nata Ieri. Eppure Wilder e la sua corte di interpreti non hanno bisogno dell'Oscar per assicurarsi l'immortalità. Sono i personaggi che fanno grandi i premi che ricevono, raramente accade il contrario.

Secondo molti appassionati di cinema, quello in oggetto non è un film. E' IL film. E' l'opera che insidia più da vicino a Quarto Potere lo scettro di miglior film della storia del cinema, e a parer mio lo surclassa in scioltezza. Nel film di Wilder, mi ripeto, tutto è perfetto: dalla sceneggiatura (solida, originale, equilibrata tra i vari temi trattati, modernissima nel linguaggio ancora oggi, non una parola di troppo, non una scena che sia banale riempitivo) alla regia (che riesce a far recitare anche un portacenere o una tenda), dalla scelta degli attori (che creano uno strano senso di straniamento/identificazione coi rispettivi personaggi) all'uso delle luci e delle ombre (per mettere in risalto la differenza tra la sepolcrale dimora della ex diva ed il luminoso mondo degli studios). Da brividi l'idea di raffigurare lo splendore della Desmond giovane diva attraverso le immagini della vera Gloria Swanson in Queen Kelly, diretto proprio dall'Erich Von Stroheim che qui (fuoriclasse come sempre) ne prende il merito anche nei panni del maggiordomo Max Von Mayerling.

I toni scuri sono i prediletti di Wilder. Del resto, può esistere un film più sinistro di quello in cui l'intera vicenda è raccontata da un cadavere che nella prima scena è ripescato da una piscina? Forse no. Può una pellicola con un tale incipit non essere un film che parli di decomposizione? Certamente no. E decomposizione sia: passando dal funerale di una scimmia onorata come un figlio (la Diva Norma precorre addirittura la star Michael Jackson!) assistiamo agli effetti della decadenza della giovinezza, che diventa inesorabile maturità, ma anche di un mondo, quello del cinema muto, ucciso da quello sonoro, più fruibile ma meno affascinante, portandosi dietro una lunga teoria di star messe da parte da un anno all'altro. E così i veri divi del muto (dalla stessa Swanson a Buster Keaton, per non parlare del geniale regista ed attore Erich Von Stroheim) sono, per ammissione dello stesso narratore, statue di cera di un mondo ormai tramontato. Manca solo Charlie Chaplin, presente solo attraverso una magnifica imitazione di Gloria Swanson.
La luce è invece richiamo di splendore e successo. In questo senso è esemplificativa la scena in cui Norma Desmond fa visita agli studi della Paramount nella speranza di una nuova scrittura. Un operatore la riconosce e le punta con tenerezza un riflettore addosso. Tutti la notano e la riconoscono, accorrendo ad onorarne la grandezza passata. Ma lo spettacolo deve continuare e così l'operatore torna al suo lavoro, e con lui va via anche il raggio luminoso. E con le luci vanno via anche le persone che erano accorse a celebrare la diva, sublime metafora del successo che è tale solo sotto i riflettori e del pubblico che segue più la brillantezza della fama del momento che non la vera arte. La breve visita di Norma Desmond agli studios offre a Wilder anche il pretesto per condensare l'odio che la diva del muto prova per il cinema sonoro, e la guerra metaforica che si è svolta tra questi due mondi: un microfono la copisce per errore al capo e lei gli lancia un breve ma intensissimo sguardo rabbioso, come chi incontri il responsabile della propria decadenza. E' solo un attimo, ma che attimo!
E così Norma resta nel suo castello-tomba (un gotico moderno) attorniata dai fantasmi che tenta disperatamente di tenere in vita: il ricordo di se stessa, il fedele maggiordomo, le lettere degli ammiratori, i suoi giri in Isotta Fraschini, gli amici della partita a carte. Neanche l'afflato di giovinezza e sensualità portato da Joe Gillis (William Holden) è destinato a durare, anzi contribuisce al precipitare degli eventi, a spingere la grande diva a cristallizzarsi per restare tale solo nella sua mente ormai irrimediabilmente malata, fino all'ultima, definitiva, passerella sotto i riflettori: ma non si tratta della rentrée che sperava.
Wilder tratta l'ambiente hollywoodiano con freddezza e cinismo ma non cade nell'errore di diventare un banale moralista fustigatore di costumi. La sua forza espressiva sta proprio nella neutralità, nell'equilibrio, nell'illustrare una vicenda che è specchio fedele di tante altre consumatesi sul Sunset Boulevard di Hollywood ma senza prendere una posizione netta. Il film non mostra mancanza di stima verso l'industria del cinema, come qualcuno ha insinuato, anzi mostra addirittura Hollywood nel pieno del suo splendore attraverso una visita guidata sul set di uno dei suoi massimi registi: Cecil B. De Mille, che interpreta se stesso. E' lo spettatore che deciderà se amare o odiare Norma Desmond ed il suo mondo di cartone.
28 anni dopo Wilder realizzerà il seguito ideale di Viale Del Tramonto col meno riuscito ma ugualmente suggestivo Fedora. Le storie sono assolutamente indipendenti una dall'altra ma hanno in comune quella malinconica decandenza dovuta alla fama che scompare, oltre che il protagonista maschile: William Holden.

Il Papà Di Giovanna

C'è una nuova tendenza nel cinema italiano di questi ultimi due-tre anni: un revisionismo storico che sfiora l'apologia del fascismo e tende a guardare i repubblichini di Salò con una strana simpatia, o almeno comprensione. Film come Sangue Pazzo o Il Sangue Dei Vinti sono passati quasi sotto silenzio, tale è stato il loro insuccesso al botteghino, ma Il Papà Di Giovanna, prodotto dagli Avati sotto il marchio berlusconiano Medusa, ha dato buona prova di se' nei festival ed ha riscosso un discreto successo in sala.
Innanzitutto i meriti. Avati si conferma un superbo autore di messa in scena (la ricostruzione della Bologna fascista, almeno per me che non ho vissuto quegli anni, appare ben curata, tenendo conto del budget non certo da kolossal) ed un sensibile direttore di attori: grazie a questo film credo proprio che Silvio Orlando, Francesca Neri (peccato per quelle labbrone così poco naturali, così poco anni Trenta), Alba Rohrwacher ed Ezio Greggio abbiano portato a casa le migliori interpretazioni delle loro carriere, per non parlare della mia gratitudine personale per aver riscoperto Edoardo Romano, qui nelle vesti dell'avvocato di Giovanna, e Gianfranco Jannuzzo. Formalmente quindi Il Papà Di Giovanna è un film impeccabile, di quelli che possono piacere tanto all'estero, laddove si immagini che l'Italia sia ancora quella.
Le dolenti note sono tutte nei contenuti. Avati mette in piedi il verosimile teatrino di una famiglia piccolo borghese sconvolta dal crimine commesso dalla figlia Giovanna, famiglia che per questo va in frantumi: il papà di Giovanna resta morbosamente legato alla figlia per tutta la vita, la mamma segue il suo cuore e li lascia per un altro uomo, almeno fino all'incontro finale francamente risibile.
La famiglia è il nucleo della storia, una famiglia allargata anche agli amici più intimi ma che in ogni caso vive lo Stato, la legge, la giustizia, come un'intrusione nella propria esistenza. Una famiglia che basta a se stessa e che quindi si disinteressa del sociale, di quello che accade nel paese: la notizia delle leggi razziali scivola loro addosso come oggi si sbadiglia sulle centinaia di stranieri maltrattati da questo molesto stato odierno, è commentata come qualcosa di inevitabile: poveretti, vabbè, è pronta la pasta?
La visione del fascismo di Avati (pare quasi impossibile possa essere stato tra gli sceneggiatori, seppure non accreditato, del Salò di Pasolini), in questo film, appare per l'appunto indulgente, come un rumore di fondo ovvio e per nulla invasivo. Il gerarca prepotente di ieri non appare tanto più cattivo di un qualunque assessore odierno alla "lei non sa chi sono io". Mi dispiace ma l'abuso di un fascista non può essere assimilato a quello di un qualunque politicante perchè è pur vero che siamo sempre gli stessi italiani, ma all'epoca c'era una dittatura sanguinaria. Invece quest'ultimo elemento nel film di Avati è completamente assente.
Sicuramente si tratta di un'operina minimale, per l'appunto un dramma famigliare, ma lo sfondo di un'epoca serve anche a raccontare quest'ultima, ed Avati descrive gli ultimi fuochi di un Ventennio attraverso gli italiani brava gente, ad esempio attraverso la figura del poliziotto umano tutto cuore e famiglia, i cui abusi si limitano a scroccare qualche scatoletta, qualche sconto in sartoria e qualche posto al cinema. Peccato che lo stesso poliziotto, dopo l'armistizio, decida di diventare un repubblichino di Salò "per non tradire", anche se non è mai stato un acceso fascista: lo stesso alibi di chi preferì combattere coi nazisti di Hitler contro gli italiani che volevano liberare il Paese dalla dittatura. Ma andare a Salò, nel film, appare come la decisione più naturale, più scontata, più ingenua, proprio da italiano senza macchia timorato del proprio onore. E la sua morte eroica, avvenuta al culmine di un'improbabile e rocambolesca fuga da un sommario plotone d'esecuzione partigiano (partigiani cattivi che fucilano un povero uomo repubblichino di Salò senza un regolare processo, solo sulla base di una testimonianza, un parere, una simpatia) è quanto di più improbabile ed assurdo
Ma l'elemento più preoccupante di questo film è l'intero contesto nel quale avviene la fase processuale. L'assassina disturbata mentale Giovanna ha ucciso la nipote di un senatore fascista, il quale promette di smuovere mari e monti perchè l'assassina abbia il massimo della pena e non si avvalga dell'infermità mentale come attenuante. Ebbene, secondo Avati, durante la prepotente e sanguinaria dittatura fascista, i tribunali non erano influenzabili dal potere politico e la povera Giovanna ottiene senza problemi tutti i propri diritti. Non come oggi, con tutti questi cattivi giudici di sinistra che tanto male vogliono al Presidente del Consiglio, casualmente anche proprietario di Medusa
Di fronte a cotanta manipolazione storica non resta che azzardare due conclusioni:
o Avati è un genio, e ci mostra una dittatura la cui quotidianità non influenza più di tanto la vita comune della gente perbene per lanciare un'inquietante ombra sui tempi che viviamo oggi, oppure è un apologeta del fascismo e ci tiene a raffigurare la dittatura come uno dei tanti governi che si sono succeduti in questo paese, nè meglio e nè peggio. A voi le conclusioni.

La Seconda Volta Non Si Scorda Mai


Alessandro Siani ci riprova. Dopo "Ti Lascio Perchè Ti Amo Troppo" ritenta la strada da protagonista, forte di una popolarità raggiunta sia sulle tv nazionali che negli affollati teatri di cabaret, e non solo, di tutta Italia. Siani ci riprova forte anche di un accento napoletano che dovrebbe ispirare simpatia, l'espressione da bravo ragazzo ed il visino belloccio.

Il riferimento a Massimo Troisi arriva spontaneo ed immediato. Già col primo film la critica, troppo spesso povera di fantasia, ha lanciato il paragone. Ma Siani ha dimostrato di crederci davvero e stavolta è stato lo stesso gruppo produttivo a lanciarsi nelle citazioni troisiane più azzardate.

Ma per essere Troisi non basta avere Mauro Berardi come produttore.
Non basta sfruttare la poetica dei vecchi compagni di scuola come faceva Troisi nelle sequenze iniziali di "Scusate Il Ritardo".
Non basta far scattare un colpo di fulmine all'interno di una reunion: compagni di scuola per Siani, parenti ad un funerale per Troisi all'inizio di "Scusate Il Ritardo", seppure con un tocco incredibilmente originale: Troisi si innamorava di una vecchia compagna di scuola della sorella, Siani della sorella di un vecchio compagno di scuola!
Non basta avere la colonna sonora di Pino Daniele.
Non basta avere un amico che soffre per amore in maniera plateale ed odiosa.
Non bastano i teatrini sulle incomprensioni tra generazioni (rapporti padre / figlio, anziane che vivono sole).
Non basta sfoggiare una certa iconoclastia verso la famiglia o la chiesa, soprattutto se annacquata.
Non basta circondarsi di attori che hanno già collaborato con Troisi, come Enzo Decaro, Lina Polito, Sergio Solli, Marco Messeri, Fiorenza Marchegiani.
Non basta rendersi inintellegibili masticandosi in bocca le parole in napoletano stretto.
Non basta fare una puntatina in Toscana (Arezzo per Siani, Firenze per il Troisi di "Ricomincio Da Tre")
Non basta avere una madre professoressa che ha una relazione con uno studente, mentre Troisi, in "Ricomincio Da Tre", aveva una zia in relazione clandestina con un professore.
Non basta scegliersi una partner appariscente, soprattutto perchè Troisi prediligeva innanzitutto attrici vere.

No, Alessandro, non basta scimmiottare Troisi per essere dei grandi. Bisogna esserlo davvero. Ed in quest'operina si salva giusto la simpatia del protagonista e la professionalità dei caratteristi. La seconda volta si può scordare senza difficoltà.

Febbre Da Cavallo: La Mandrakata


Viviamo tempi duri: le più alte cariche istituzionali ci insegnano che nella vita non contano i valori morali ma solo quelli materiali. La parola d’ordine è arricchirsi a tutti i costi, passando sopra tutto e tutti ed anche i cinematografari si adeguano.
Se fossi stato il figlio di Steno mi sarei dato da fare per far pubblicare il cult “Febbre Da Cavallo” in una versione decente su dvd, avrei osato una riedizione restaurata al cinema, invece i Vanzina figli non si fanno scrupolo di far rigirare il papà nella tomba saccheggiando maldestramente la sunnominata opera per confezionare questa banale e malriuscita pellicolina che nelle intenzioni doveva fare sfracelli al botteghino e per fortuna così non è stato.
Qualcuno si chiede ancora se esista una comicità di destra: forse è questa, fatta per non far pensare ma per rubare quello che di buono c’è stato nel passato per riprodurlo in maniera ancora più volgare e becera. Non a caso in una scena Mandrake ostenta, per coprire un giornale di corse di cavalli, Il Foglio di Ferrara.
Anche il mestiere di grandi come Proietti e Montesano e del futuro classico Carlo Buccirosso poco possono per risollevare le sorti del filmetto.
Più che un omaggio un affronto.

C'Eravamo Tanto Amati


Opera fondamentale della cinematografia italiana, C'Eravamo Tanto Amati racconta come pochi altri film trent'anni della nostra storia attraverso le diverse vicissitudini di tre amici ex partigiani divisi dalle scelte di vita e dall'amore per una stessa donna.
Il desiderio di cambiare il mondo, i fallimenti dei grandi ideali, l'impossibilità di realizzare la propria felicità sono le linee portanti di un film che nondimeno non è mai noioso, anzi nessuna scena è di troppo e gli interpreti sono tutti in stato di grazia.
Contemporaneamente ci troviamo di fronte anche ad un sublime omaggio al cinema, con continui riferimenti a Ladri Di Biciclette (film che può cambiare una vita, come si vede), a De Sica, a Mastroianni e Fellini (che appaiono brevemente nel ruolo di loro stessi).
Musiche struggenti, ambientazioni fedeli ed un toccante passaggio dal bianco e nero al colore in un momento topico, per sottolineare le spaccature epocali ed interiori, rendono il film unico nel suo genere.
La versione su dvd è quella restaurata dal grande Peppino Rotunno, ma in digitale i colori risultano spesso troppo saturi (da notare le lettere gialle dei titoli che tendono allo sfarfallio). Imperdonabile l'assoluta mancanza di extra.

Spirit


Il dvd di Spirit non deve mancare assolutamente nella videoteca di chiunque voglia insegnare ai propri figli i valori fondamentali della libertà. E se non si hanno figli una visione non guasta di certo, anzi se ne può uscire sicuramente arricchiti.
L'uomo ha in comune col cavallo la grande qualità di poter essere, se vuole, indomabile. Eppure, nondimeno, nel corso della vita sempre più spesso si è costretti ad abbassare la testa ed a cedere il passo al più forte. Spirit insegna che la forza di non essere sottomesso può essere più forte di qualunque violenza ed imposizione.
Il team Dreamworks confeziona così un film politicamente ipercorretto dove, ed è sempre meno raro nella cinematografia statunitense, sono ristabilite delle verità storiche addebitando ai bianchi la responsabilità della fine della civiltà nativa americana e dei disastri ambientali perpetrati sul territorio.
E' da salutare con entusiasmo inoltre un film d'animazione che per una volta lascia agli animali le loro caratteristiche ed il loro linguaggio anche se ogni tanto si fa largo l'impressione che la voglia di antropomorfizzare i cavalli sia stata forzosamente soppressa.
Restano delle perplessità solo sulla versione italiana dei brani di Bryan Adams: Zucchero appare francamente fuori posto, specie nel brano conclusivo, dove appare chiaro che con la voce proprio "non ci arriva".

La Leggenda Degli Uomini Straordinari


Premessa: nonostante le intenzioni non ci troviamo tanto di fronte ad un kolossal quanto piuttosto ad un popcorn movie bello denso delle spacconate che tanto possono piacere ad un pubblico di adolescenti.
Peccato che l’adolescente medio odierno sappia tutto delle gesta televisive della De Filippi ma ben poco di Allan Quatermann, Dorian Gray, Mina Archer, Tom Sawyer, il capitano Nemo e, soprattutto, del famigerato professor Moriarty, nemico principe di Sherlock Holmes (quest’ultimo stranamente assente dal film, mah…).
La tragedia è che si ha la sensazione che lo sceneggiatore del film abbia adattato la graphic novel di Alan Moore senza che sapesse poi tanto dei sunnominati personaggi, dal momento che sono tutti tagliati con l’accetta ed ognuno di loro è solo la caratteristica che lo contraddistingue e non una persona completa.
Mentre è quantomeno curioso ri-vedere Sean Connery al cospetto di un M, storicamente almeno 60 anni prima del Bond al quale deve una lunga carriera cinematografica, è sicuramente imbarazzante assistere ad una serie di azioni che è difficile classificare sotto una categoria più elegante di “cazzatona”.
Qui si fa confusione tra Verne e Salgari passando per Melville, e quindi il capitano Nemo di 20000 Leghe Sotto I Mari è vestito e si comporta come un attempato Sandokan, con tanto di spada usata come una vera scimitarra, il suo Nautilus è arredato come una Love Boat in salsa indiana (è grande come un grattacielo ma poi passeggia con disinvoltura tra i canali veneziani!) ed il primo ufficiale esordisce con un “Chiamatemi Ismaele” da reclamare punizioni corporali.
Allo stesso modo forse gli autori pensano che Poe e Stevenson fossero lo stesso scrittore e quindi ci fanno sapere che era mr. Hide a compiere i delitti della Rue Morgue.
Lo stesso Hide più che il lato oscuro del dottor Jeckyll appare come un gommoso incredibile Hulk con la faccia di Adriano Celentano che zompetta sui tetti di Francia come un Quasimodo qualunque e mai nel film è davvero cattivo come dovrebbe.
Il vertice del ridicolo si tocca con il super-Hide, una enorme bistecca al sangue che mena sventole, e con la ventilata ipotesi di resurrezione (sic!) di Connery / Quatermann.
Dal momento che il film si apre e si chiude in Africa c’è quasi da stupirsi che in questa incredibile montagna di fesserie non sia stato infilato anche Tarzan!
Unico pregio: gli effetti speciali, davvero riusciti nel realizzare il viso a metà dell’uomo invisibile... Non vi avevo detto che c’è anche lui?

Incantesimo Napoletano


Le critiche lette in giro su questo pregevole film sembrano eccessive persino a me, che di solito non sono lieve nei miei interventi. Paragonare Incantesimo Napoletano ad un film-barzelletta alla Vanzina è riduttivo e scorretto.
Il film è diretto bene, anche troppo per dei registi esordienti, e meglio ancora recitato. Non indulge mai in battute facili o in turpiloqui, si mantiene magnificamente sul filo sottile di una narrazione lieve, scarna, ma non per questo povera.
I registi hanno fatto i conti con un budget non certo ricco che li ha obbligati a ricreare gli anni Venti in pochi ambienti e riducendo gli esterni all'osso (si intravede qualche scorcio della splendida Pozzuoli), ma questo semmai serve a concentrare ancora di più l'attenzione sulla splendida recitazione degli interpreti.
Il tema tocca le differenze tra milanesi e napoletani, e per estensione tra settentrionali e meridionali, ma non si ha mai l'impressione di vedere un film che parli di razzismo, semmai di accettazione del diverso quando il diverso è nella nostra stessa casa. In questo caso si tratta di diversità culturale, ma la figliola dei coniugi napoletani invece che milanese poteva essere nera, omosessuale, musulmana, insomma diversa dai suoi genitori che impiegano vent'anni per accettarla come loro figlia.
Non mi sembra una barzelletta, quelle lasciamole ai Vanzina. Incantesimo Napoletano è un film vero.

Monsters & Co.


La premiata ditta Pixar, quella dei due Toy Story, di A Bug’s Life, di Alla Ricerca Di Nemo e dell'ultimo capolavoro assoluto Ratatouille, questa volta non si dimostra all’altezza degli altri lavori.
Il film è tecnicamente ineccepibile, la computer grafica è sempre più vicina ad una realtà sempre meno virtuale ma la storia, pur basata su una intuizione geniale, si svolge in maniera fiacca e prevedibile, con qualche sequenza che fa eccezione, come ad esempio lo sterminato deposito delle porte, che pure ricalca la sequenza dello smistamento bagagli di Toy Story 2.
La morale di fondo (c’è più energia in una risata di bambino che in suo urlo di spavento) è quanto mai stucchevole e le invenzioni dell’animazione non raggiungono vertici di eccellenza.

Salò, O Le 120 Giornate Di Sodoma


Salò è un film che non tollera che ci si fermi alle apparenze: al sesso, ai nudi, allo stupro, alla coprofagia. Fermarsi alle apparenze è tipico degli spiriti semplici. Salò è un film devastante, ma credere che Pasolini l'abbia realizzato compiacendosi, come troppi hanno insinuato, è a dir poco superficiale.
Il tormento e la sofferenza sono evidenti e palpabili, come pure è palpabile la denuncia di un modo di agire e di pensare. Le persone che abusavano dei ragazzi di Salò sono le stesse che mandavano gli ebrei e gli omosessuali nei campi di sterminio, sono i semi di una politica intollerante che sopravvive ancora oggi, che pretende che ogni legge di questo Stato sia approvata dal Vaticano, che vuole porre su piani diversi i bianchi e i neri (e per estensione tutte le persone "diverse" tra loro), che non ritiene che il figlio dell'operaio debba avere gli stessi diritti del figlio del professionista, che omosessuali che si amano da anni non debbano avere diritto ad essere riconosciuti come coppia.
Qui tutto è metafora.
Salò è un atto di accusa non solo verso il fascismo (e degli escrementi che lo hanno alimentato) ma contro una borghesia che si è ripiegata in se stessa ed ha permesso che crescesse e distruggesse il Paese, diventando essa stessa carnefice delle generazioni che per certe scelte sono state devastate.
Salò è l'oggi, è qui.

Il Cartaio



Premetto che in coda rivelerò il nome dell'assassino.


Il film comincia.
Claudio Santamaria, con la faccia da pazzo, con la voce da pazzo, con lo sguardo da pazzo, e pettinato come un pazzo, si avvicina alla Rocca e, con la voce da pazzo, le offre dei fiori, che lei, non essendo scema, rifiuta.
Adesso penserete: è pazzo, per vendicarsi farà una strage, sarà lui l'assassino che comincerà ad ammazzare gente nel film.
Ma Argento non è mica scemo che ti fa capire subito chi è l'assassino, soprattutto se non hanno ancora cominciato ad ammazzare nessuno. E Santamaria, oltretutto, è un poliziotto.
E così il film procede tra recitazione da rappresentazione di terza elementare (una costante del cinema di Argento, come cavolo farà a "non" far recitare chiunque, mah...), movimenti di macchina quasi inesistenti, assurdità ed incongruenze di trama, effettacci gratuiti, per scoprire alla fine che...
l'assassino è proprio Santamaria!
E che cavolo!

Eragon


Prendi un libro scritto da un adolescente trito di luoghi comuni sul mondo fantasy, sceneggialo con dialoghi rivisti da un seienne, fanne un film diretto da un quattrenne ed ecco Eragon!
Film del genere dovrebbero essere visti solo da appassionati di effetti speciali ma anche quelli sono poco riusciti. Ad esempio erano stati realizzati molto meglio i draghi di Harry Potter E Il Calice Di Fuoco, che come valore aggiunto non erano doppiati dalla vocina neutra da annunciatrice televisiva di Ilaria D'Amico, come invece accade in questo polpettone sciapo.
I due cugini protagonisti fin dall'inizio fanno pensare ad una sorta di Brokeback Mountain in salsa fantasy ma uno sparisce subito (ritornerà nel momento giusto in un capitolo successivo?) e l'altro si deve arrangiare con una maschiaccia nata... per la battaglia.
Di tutti i luoghi comuni del genere ce ne sono due assolutamente insopportabili.
Il primo. In questi film il re cattivo, in questo caso un John Malkovich nell'ennesima marchetta cinematografica, è sempre incastonato in spelonche buie e tetre. Ma cavolo, volete che un Re non abbia la possibilità di comprarsi un lampadario, delle candele, o di far togliere le ragnatele dai propri schiavi? Potreste mai immaginare la Villa di Arcore senza energia elettrica?
Il secondo. In questi film il Re cattivo ha sempre al suo servizio un mago più cattivo di lui. Cattiverrimo. Ed immancabilmente bruttissimo! Ma cavolo, un mago capace di sparare palle di fuoco o di trasformare acqua in vino non riesce a far qualcosa per le proprie rughe, per le occhiaie, per i denti gialli, per le doppie punte? Ma che razza di mago è? La Strega cattiva di Biancaneve non ha insegnato niente?

Manuale D'Amore 2 (capitoli successivi)


Squadra che vince non si cambia e così ecco il sequel di Manuale d’Amore con un cast che affonda a piene mani nel capitolo precedente, anche se tutti in ruoli differenti.
Veronesi come regista è notevolmente migliorato, e che sia anche l’autore dello script si vede da quanto è compiaciuto delle parole che lascia recitare a Claudio Bisio in radio, sotto gli occhi sognanti dei veri deejay di rete 105. Peccato però che di solito quei deejay lavorino a Milano, in via Turati, e non con vista Tevere!
Come il precedente conta 4 episodi, stavolta uniti dal lieve fil rouge della radio.
Nel primo Scamarcio sta per rimetterci le penne in un incidente d’auto e si tromba la Bellucci nella mensa dell’ospedale, in pieno spottone Birra Moretti. Scena erotica iperpubblicizzata ma della Bellucci vediamo solo la posa goffa a cavalcioni del povero cristo e neanche una tetta. Episodio che ha il merito di proporre il miglior attore del film, che non è Scamarcio ma il suo compagno di sventura ospedaliera Dario Bandiera, volgarissimo ma irresistibile, ed un divertente cameo di Fiorello, che recita a soggetto in maniera più che evidente.
Nel secondo episodio Fabio Volo ha gli spermini pigri e così, grazie alle nostre leggi Vaticane, per ingravidare la Bobulova occorre spostarsi in Spagna. La Bobulova concede un’interpretazione da vera isterica mucciniana, solo più divertita e compiaciuta, quasi alla Monica Vitti, e si laurea a parer mio quale migliore attrice del film. Volo invece è sottotono rispetto alle belle prove offerte nei film di D’Alatri, ma del resto a lui è richiesto solo di donare gli spermini… Divertentissima la coppia di cafonazzi fan di Gigi D’Alessio (e di chi sennò?) conosciuta in Spagna.
Nel terzo episodio Rubini ed Albanese sono una coppia gay ed il secondo vuole convincere il primo ad andare in Spagna a sposarsi, quasi a sottolineare per la seconda volta in mezz'ora che gli italiani per poter usufruire di una legislazione che guardi al futuro della civiltà siano costretti necessariamente ad espatriare. I luoghi comuni del caso ci sono tutti: sculettamenti, famiglie che non capiscono, pestaggi dai soliti razzisti, ammiccamenti esagerati. Chi scrive è omosessuale, ha frequentato gli ambienti omosessuali ma le checcazze che si vedono nei film italiani nella realtà vi assicuro che non esistono!
Nel quarto episodio Verdone fa il solito Verdone che si fa concupire dalla ragazzina di turno e ci sta per rimettere le coronarie. Purtroppo Verdone non ha ancora capito che la sua carriera potrebbe crescere enormemente se smettesse di recitare e si concedesse esclusivamente alla regia. Verdone è eccelso interprete quando propone le sue gallerie di mostri all'italiana come in Viaggi Di Nozze, ma quando è solo attore immancabilmente non è mai un attore, è sempre e solo Verdone.
Nel complesso un film godibile, non un capolavoro ma almeno fa sorridere senza farci vergognare, come le Vanzinate o le Parentate.

I Fratelli Grimm E L'Incantevole Strega


L'altrove lisergico Terry Gilliam con questo film sembra essersi definitivamente arreso alle regole delle major hollywodiane e confeziona un megapolpettone scoppiettante che potrebbe essere stato diretto da un manovale qualunque. Persino dal regista di Eragon.
L'estro da flop di Gilliam si intravede solo nei punti morti del film, ma stavolta i produttori sembrano aver preso saldamente le redini in mano e non gli hanno concesso di far troppi danni.
I due protagonisti sono, come quasi sempre, acqua fresca. Anche il pover Ledger non dona certo a questa pellicola la sua interpretazione migliore. Alla Bellucci non è richiesto di recitare ma solo di mostrarsi e da ex top-model le riesce benissimo.
Un plauso solo al superbo Peter Stormare, perfetto nella caratterizzazione dell'italiano tipo secondo gli americani: crudele, vigliacco, bugiardo e cagasotto. Gli mancano solo il mandolino e le macchie di pizza sul bavero della giacca.

Il Favoloso Mondo Di Amèlie


Il mondo non è favoloso ma noi possiamo renderlo tale prendendoci cura delle persone che amiamo: sembra questa la morale di fondo del sublime film di Jeunet.
Amèlie non è un angelo sceso sulla terra ma una donna comune amante della giustizia fino a diventare vendicativa per conto altrui. Amèlie, ad esempio, è capace di far viaggiare in giro per il mondo un monolitico nano da giardino per insegnarci che la vita è una e va vissuta fino in fondo, e che se può viaggiare un pupazzone di ceramica può farlo anche il proprio papà, eremita in casa.
Ancora una volta il regista francese adopera effetti speciali che arrivano fino alla computer grafica non per stupirci con grandiosità ma facendo leva sui sentimenti, sul cuore dello spettatore medio troppo spesso mortificato dalle megaproduzioni senza anima o dalle becere commediacce natalizie. E se lo stupore arriva è per le geniali invenzioni visive ma anche, o soprattutto, per lo sguardo tenero della splendida protagonista.
Anche il dvd è tecnicamente ineccepibile. Il secondo disco con gli inserti non smonta le sorprese ma semmai ne aggiunge delle altre. Impedibile.

Al Di Là Dei Sogni


Film mortifero come pochi: solo nei primi minuti a Robin Williams muoiono i due figli, muore lui, quindi schiatta anche la moglie e si ritrovano tutti assieme appassionatamente nell’al di là evocato fin dal titolo.
Esempio emblematico di come le grandi produzioni americane possano banalizzare, a causa della propria ignoranza e mancanza di rispetto verso qualunque opera dell'ingegno precedente la loro, anche miti apparentemente inattaccabili come quello di Orfeo ed Euridice (raggiungere all’inferno il proprio amore per portarlo via).
Se la sceneggiatura è francamente penosa e ricca di umorismo involontario, il film è comunque da valutare per i magnifici effetti visivi e per l’immagine dell’ al di là creata basandosi su numerosi classici della pittura.
Alcune intuizioni sono geniali, peccato che gli autori pensassero che fosse indispensabile che i personaggi del film dovessero anche parlare.

Febbre Da Cavallo


Ammetto la mia debolezza: sono anch'io un cultore di questo piccolo capolavoro della commedia all'italiana, anche se credo che dargli un voto alto in decimi (come altri cinefili stregati da questa pellicola normalmente fanno) sia uno schiaffo a chi vive il cinema come forma d'arte. In ogni caso meglio dare 10 a questo che 6 o 7 all'orrido sequel partorito senza dolore (e senza coscienza) dai figli indegni del buon Steno, come ho visto fare in giro.
Il cast è un'antologia del cinema italiano degli anni Settanta (ci si poteva permettere comprimari del calibro di Mario Carotenuto ed Adolfo Celi, oggi al massimo puoi prendere Er Patata, Er Cipolla...) ed ogni singolo attore da l'impressione di divertirsi un mondo nel recitare il proprio ruolo.
La mia poco veneranda età mi ha concesso di poterlo vedere in sala all'uscita: ero un bimbetto rompiballe ed alla fine della proiezione volli restare dentro per vederlo una seconda volta, obbligando mio padre a farmi compagnia. Ancora oggi me lo rinfaccia. Beati tempi pre-multisala, oggi al cinema ti prendono a calci nel culo per metterti fuori appena partono i titoli di coda...
Ma bando alle ciance. Peccato che le caratteristiche da B-Movie del film debbano essere riscontrate anche nel packaging e nella resa della versione in dvd (mi riferisco all'edizione Realvision): ci sono addirittura salti della pellicola che in un caso arrivano addirittura ad oltre un minuto consecutivo di film. Imperdonabile!

Frankenstein Junior



Credo che Frankenstein Junior possa comparire a pieno merito nella classifica delle prime dieci commedie di tutti i tempi: le gag visive e le battute sono ormai da antologia e ad ogni visione non tolgono ma semmai aggiungono ilarità.
E’ uno di quei film che va rivisto più volte per cogliere ogni singola sfumatura della grande prova da comediants fornita da tutto il cast diretto da un Mel Brooks che non è mai più stato così bravo.
Chi non ha mai goduto osservando la gobba mobile di Igor/Aigor, le frezze bianche di Elizabeth degne (appunto) de La Moglie Di Frankenstein, i cavalli spaventati al solo sentir nominare frau Blucher? Chi non ha mai citato, nella vita di tutti i giorni, "rimetta-a-post-la-candela" o "lupo ulilì e castello ululà"?
Anche il dvd è irrinunciabile, sia per la qualità tecnica (il film sembra nuovo) che per godere finalmente delle scene mai inserite nel film, alcune delle quali straordinarie: a vederle ci si chiede per quali motivi non siano mai state montate.
Capolavoro.

La Mummia, Il Ritorno


Chi ha trovato il primo capitolo cialtrone ed inutile (ed il sottoscritto non è tra questi) non potrà credere che possa essere stato realizzato un doppione tanto infimo.
Il film ha il raro dono di far vergognare lo spettatore come se fosse l’autore. Tra le cose più ridicole le solite scaramucce con mummie redivive, una mongolfiera formata da una “barca-navicella” quasi più grande del pallone che la deve sollevare e che oltretutto vola a reazione, mega ondate che travolgono la stessa mongolfiera ma non bagnano neanche i capelli dei passeggeri.
Dialoghi di rara stupidità, i personaggi che nel primo episodio pure erano interessanti qui sono delle sbiadite controfigure, quasi che assistessimo alle prove della messa in scena e non all’opera definitiva.
Frazer, che nel primo episodio non era certo un avventuroso Harrison Ford, almeno aveva il dono della simpatia ed un facciotto fascinoso. Qui sembra un impiegato comunale senza testosterone uscito da una canzone di Giorgio Gaber. I colpi di scena (reincarnazioni a catena, come se piovesse) non superano in umorismo involontario un capo tribù che sembra la controfigura di George Harrison.
Come se tutto questo non bastasse il bambino è un pupattolo insopportabile. Non basta il fascino magnetico di Arnold Vosloo a salvare la situazione.
Da dimenticare. Se umanamente possibile.
 
Copyright 2009 Chaplination. All rights reserved.
Free WordPress Themes Presented by EZwpthemes.
Bloggerized by Miss Dothy